Morire per una sconfitta: perchè?

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La tragedia calcistica abbattutasi sul Brasile, vittima del 7-1 contro la Germania, si consuma sia dentro che fuori dal campo. In mezzo ad una comprensibile tristezza collettiva, alla fine ci scappa addirittura il morto. A farne le spese una 15enne nepalese, impiccatasi nella sua stanza a seguito della sconfitta subita dai Verde-oro in semifinale.

di Leonardo Iodice

Il calcio può essere motivo di vita o di morte? Domanda inquietante considerando si tratti pur sempre di un sport, uno svago, un show grazie al quale distogliere la nostra attenzione da ciò che ci accade attorno. A volte ci fa gioire ed esultare, altre meno, soprattutto quando si perde. Se però una sconfitta deve diventare pretesto per mettere a repentaglio la nostra incolumità, allora, cari signori, meglio spegnerla la tv! Il riferimento è a quanto accaduto al Brasile, un Paese intero tuttora in ginocchio dopo la cocente e, ormai, storica sconfitta per 7-1 contro la Germania al Mondiale. Per giunta a un nulla dalla finale e, cosa non da poco, al cospetto del proprio pubblico di casa. Una platea ancora traumatizzata da questo passivo di proporzioni epocali, davanti al quale qualcuno non ha retto e si è tolto la vita, tanta era la vergogna. Vittima sacrificale è stata Pragya Thapa.

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La studentessa nepalese, alla venera età di 15 anni, ha deciso di impiccarsi nella propria stanza subito dopo l’amaro epilogo dei Verde-oro contro i Panzer tedeschi. Prima, però, di compiere il “grande passo”, la ragazza avrebbe avuto il tempo e la fredda lucidità per scrivere una lettera nella quale trapelano i veri motivi di questo folle gesto. In particolare, dal rapporto della polizia, emergerebbe che la tifosa sia stata presa ripetutamente in giro dai suoi coetanei proprio a seguito di quel 7-1 patito dalla Nazionale di Scolari. Pragya, tifosissima del Brasile nonchè praticante giavellottista, sembra sia successivamente entrata in un perdurante stato di tristezza e solitudine al punto da decidere di farla finita, uccidendosi. A distanza di 4 giorni, la madre della teenager nepalese stenta a comprendere un mossa simile, asserendo che “non avrei mai immaginato che la mia adorata figlia potesse fare un passo del genere”. Morire in questo modo, nel fior fiore della propria gioventù, semplicemente per una banale partita a pallone resta un episodio sconsiderato che non ha nulla a che vedere con il concetto di “sport”. Il calcio è solo show. La vita è ben altro affare ed è un dono da preservare con tutte le nostre forze anche di fronte a delle sconfitte, fossero pure calcistiche.

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